Dove vanno a finire i soldi della cooperazione internazionale?

Prato – 8 dicembre 2010

Conferenza Prato - 8 Dicembre 2010

XXXVI Festa della mondialità

Dove vanno a finire  i soldi della cooperazione internazionale?

intervento di Sandro Cappelletto

         Possiamo provare a rispondere alla questione proposta dal Movimento Shalom ponendo altre domande.

         Dove vanno a finire i soldi della Salerno-Reggio Calabria?

         Dove sono andati a finire i soldi affidati da migliaia di risparmiatori alla società finanziaria Lehmann Brothers?

         Da dove sono venuti e dove sono andati a finire i soldi che hanno trasformato

alcuni dirigenti delle ex-aziende di stato sovietiche nei nuovi miliardari russi?

         Perché dovremmo pretendere che proprio l’enorme flusso dei soldi della cooperazione abbia le mani pulite, che soltanto questi denari non si sottraggano alla rapacità che marchia in modo così netto l’economia contemporanea?

         400.000 euro l’anno è l’affitto per una villa sull’Appia Antica pagato, a Roma, dal responsabile dell’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo,

istituzione collegata alle Nazioni Unite. 400.000 euro significa cento pozzi per l’estrazione sicura e duratura di acqua potabile. Vi assicuro che a Roma si trovano buone sistemazioni di rappresentanza per meno.

         C’è un limite alla decenza, al tollerabile, ma è già stato varcato.

         “Le bugie trasformano il nostro mondo libero in una tetra prigione”, ha scritto Ken Saro-Wiwa, lo scrittore e poeta nigeriano impiccato nel 1995 dal governo del suo paese, nonostante un estremo intervento in sua difesa di Nelson Mandela. La sua colpa? Difendere la popolazione Ogoni del delta del Niger il cui territorio veniva e viene reso inabitabile dalle compagnie petrolifere che operano lì con la complicità non disinteressata dei vertici politici.

         Le bugie aiutano a rimuovere, a rendere la realtà accettabile, a ripulire coscienze. Gli anni passano, gli episodi di corruzione e di spreco non si arrestano. Secondo Carlo Cibò, storico dirigente della cooperazione italiana, l’80% delle risorse globali stanziate  a favore della cooperazione o serve a mantenere le elefantiache strutture operative oppure, semplicemente, non arriva a destinazione.

         Le bugie: davvero qualcuno ancora crede che  aumentare di uno, di due decimi di punto, di mezzo punto, la percentuale del reddito nazionale lordo destinata ai paesi in via di sviluppo servirebbe davvero a cambiare le cose? Che sia ancora una questione di quanto, come si ostina a credere il cantante irlandese Bob Geldof, che ripete questa frase come uno stanco mantra? E non sia, invece, questione di come?

         Certo la via del come non passa attraverso la recente decisione del governo italiano, che limita e in alcuni casi perfino sopprime la donazione del 5 per mille a favore delle ONG e delle ONLUS.

         Una riflessione rigorosa e critica sul modo in cui  gli aiuti partono, arrivano, si trasformano da progetto in realtà, è indispensabile oggi, quando le rimesse degli emigrati verso i paesi del Terzo Mondo superano di tre volte gli “aiuti internazionali” e, rispetto a questi, hanno il vantaggio di finire quasi sicuramente là dove chi ha inviato l’aiuto voleva finissero. Oggi, quando i rapporti di potere tra le nazioni e le loro economie stanno così rapidamente mutando e Paesi un tempo considerati “sottosviluppati” assumono un innegabile protagonismo.

         Molti stati africani hanno festeggiato nel 2010 i primi cinquanta anni della loro esistenza come nazioni indipendenti. La cooperazione internazionale ha la stessa età: mezzo secolo, a fronte di oltre quattrocento anni, dal 1500 a metà Novecento, di storia coloniale. Mezzo secolo è periodo sufficiente per un bilancio.

         Al di là di tanti progetti realizzati e di altrettanti falliti, rimane vincente la strategia indicata da Joseph Ki-Zerbo, il filosofo e storico burkinabé autore della prima storia dell’Africa scritta da un africano: “Soltanto l’aiuto che serve a fare a meno dell’aiuto, aiuta davvero”. Altrimenti, come non si stancava di ripetere Thomas Sankara, “il beneficio andrà soltanto alle imprese del Nord del mondo e agli esperti pagati in un mese cifre che basterebbero ognuna a costruire una scuola”.

         Sappiamo bene, ormai, che  “i poveri sono poveri non perché è venuta a mancare loro l’integrazione nelle politiche economiche locali, nazionali o internazionali, ma proprio perché sono stati incorporati nella realtà della moderna economia capitalistica”, come ha scritto Ray Bush. Bugia è non dire che la globalizzazione neoliberista ha fallito su tutti i fronti della vita economica: crescita, uguaglianza, stabilità. Che gli obiettivi indicati dal “millennium goal” non sono stati raggiunti e non saranno raggiungibili nei tempi previsti.

         Dobbiamo fermarci, alzare bandiera bianca?

         Nel piccolo, ma vasto, libro Shalom – bracconieri per la pace, è scritto:

“C’è una spinta che non è conoscibile dalla ragione, c’è un meccanismo che aggrega le persone in base a un ideale, una forza non indagabile a livello umano. Alla radice di una comunità che si ritrova in certi valori, c’è sempre una volontà superiore per noi illeggibile. La sua storia, poi, è come una trama che si va dipanando nel tempo. Noi siamo solo gli strumenti di questo volere superiore”.

         Ci sono forze che è difficile “indagare”. E forse non è neppure utile sbatterci troppo la testa, per provare a capire perché e come si manifestano e agiscono.

         Continueremo a darci da fare – ciascuno secondo i suoi limiti, le sue possibilità e bisogni – perché quelle parti del mondo verso le quali rivolgiamo la nostra attenzione sono parti di noi che non accettiamo restino sepolte. Noi europei sappiamo bene che quando pensiamo all’Africa, essa per noi rappresenta  – consciamente o inconsciamente – la culla dell’umanità. Sappiamo che l’essere umano è apparso in Africa, che è a partire dal continente africano che l’homo erectus, cioè i nostri antenati, grazie al fuoco che avevano scoperto e alla selce, hanno potuto emigrare verso l’Europa. Prima, senza il fuoco, nel Nord del pianeta ricoperto di ghiacci la vita era impossibile. Prometeo era Africano, Adamo ed Eva erano africani.

Se fossero nati in Texas, in California, a Parigi, a Berlino, a Londra, ma non in Africa, ce lo ricorderebbero ogni giorno. Sarebbe un bellissimo spot, per chiunque.

         Continueremo a spendere energie, in un intreccio di speranze e delusioni, di successi e fallimenti.

Perché fosse soltanto uno il progetto realizzato, fosse soltanto ad esempio la costruzione dell’orfanotrofio Casa Matteo a Gorom-Gorom in Burkina Faso, sentiamo che quella vicenda è qualcosa capace di riempire di senso la vita di un uomo e di chi ha avuto la fortuna di incontrarlo e di camminare con lui anche solo per qualche passo.

         “Non si compra la dignità dei poveri”, mi ha detto, quest’estate, Vincenzo Luise, un religioso camilliano che da molti anni opera a Ouagadougou. “La dignità dei poveri non è in vendita” ha ripetuto, subito dopo raccontando la visita ricevuta dalla delegazione di una ONG francese. I suoi dirigenti hanno messo sul piatto 56 milioni di euro. Però poi era necessario detrarre le spese di rappresentanza, gli stipendi, le auto di servizio, gli affitti. Residuo netto a disposizione delle strutture ospedaliere di padre Luise: 2 milioni di euro. Da 56 a 2: una chiara risposta alla domanda iniziale, a quel “dove vanno a finire i soldi della cooperazione internazionale?”.

         Padre Luise ha fondato due case per le cosiddette streghe: “quelle che ti rubano l’anima”, come le chiamano in Burkina Faso. Donne ritenute responsabili di epidemie, morti sospette, malefici, e cacciate dai loro villaggi, condannate a morire di sete e di fame. Due di queste case, che ospitano 450 donne, si sono aggiunte a un ospedale per i malati di Aids. Durante il nostro incontro, si è avvicinata una giovane donna. A me è sembrata uno scheletro, le avrei dato ancora pochi giorni di vita. Lui la saluta, poi mi guarda e dice: “Vedi quanto è bella, è stata malata, ora sta guarendo”.

In quel momento ho pensato di trovarmi di fronte al migliore Gesù Cristo possibile oggi. Un Gesù Cristo che non chiede ai suoi malati se hanno letto il Vangelo o il Corano, o altri testi sacri. Ecco un altro motivo capitale per cui un’onesta cooperazione internazionale non deve cessare di agire: realtà simili favoriscono l’incontro, la conoscenza, la convivenza tra culture e religioni diverse, nel riconoscimento della reciproca dignità.

         “I poveri salveranno il mondo”. La frase di padre Vincenzo ritornava ossessivamente presente durante la visita alla Cava di Passy a Ouagadougou.

Una cava di pietra, alla periferia della città, dove lavorano alcune migliaia di persone.

Lavorano lì, alcuni dormono lì, abitano lì, delle donne hanno partorito lì. Hanno tutte le età, bambini e bambine, adulti, anziani. Spaccano pietre e le trasportano dal fondo della cava alla strada, seguendo dei sentieri che salgono e scendono come dei gironi infernali. Da un’eternità di tempo. Questo inferno è più tremendamente vero di tutte le rappresentazioni che conosciamo: quando ritornerò ad ammirare l’inferno affrescato al Camposanto Monumentale di Pisa o alla Basilica di Torcello, nella laguna di Venezia, quelle immagini nate durante il nostro Medioevo sembreranno uno scherzo, un gioco, con tutti quei diavoli volanti, quei forconi, quelle fiamme.

         Quello della Cava di Passy è un inferno creato dagli uomini per altri uomini.

Quanti altri ce ne sono e come si può difendere la dignità di questi poveri? Come si può pensare che non sarà per sempre, che non ci stancheremo di operare perché queste disperate eternità finiscano?

         La religione degli antichi egizi immaginava che quando ci troveremo di fronte al varco di Osiride, il dio sarà lì ad attenderci con una bilancia. Su un piatto di questa bilancia, c’è una piuma, sull’altro piatto verrà posto il nostro cuore. Se i due piatti resteranno in equilibrio, se quello dove c’è il nostro cuore non precipiterà in basso, significherà che è leggero come quella piuma. Allora potremo passare il varco, senza pena.

         Ecco perché, anche se sappiamo bene dove vanno a finire i soldi della cooperazione, continueremo a sentire il bisogno profondo di agire, come meglio sappiamo o possiamo fare. Facendo e sbagliando, sbagliando e imparando, qualche volta felici, quando si riesce a liberare un altro essere umano dalla ferocia e dall’umiliazione dei bisogni primari, riscoprendo la forza p

4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. antonio
    Dic 27, 2010 @ 22:58:21

    Purtroppo manca la fine dell’intervento ….. potete aggiungerlo.

    Rispondi

  2. unpodimondo
    Dic 28, 2010 @ 16:01:25

    Colgo l’occasione di questo post per augurare tutto il bene possibile a questo nuovo blog del Movimento Shalom. Spero che si possa fare presto una rete di blog e blogger di soci e simpatizzanti del Movimento.

    Per tornare al tema del post vorrei chiedervi se esistono dei video completi con le registrazioni degli interventi fatti alla festa della Mondialità, oppure se contate di mettere i testi degli interventi sul blog… magari un po’ per volta. Anche questo articolo mi sembra che si interrompa a metà… ci sarà una seconda parte?

    Rispondi

  3. unpodimondo
    Dic 31, 2010 @ 15:04:50

    Ciao Margherita,
    l’ultima frase è interrotta a metà… magari manca solo qualche carattere per completare l’articolo. Per la rete dei blogger ti scriverò nei prossimi giorni!

    Rispondi

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