23.02.10 – Secondo incontro del Comitato per la difesa dei Diritti Umani nella regione dei Grandi Laghi.

Dopo un breve resoconto del primo incontro tenutosi nel Gennaio scorso, la parola è passata alla giornalista romana Beatrice Luccardi, ospite d’onore dell’incontro, esperta di relazioni internazionali e profonda conoscitrice della situazione geopolitica e sociale dell’Africa centrale, la quale ha fatto il quadro della situazione attuale iniziando a chiarire i rapporti in essere tra i quattro Stati citati e le strategie di controllo del territorio attuate da eserciti e bande armate. Il punto chiave è il processo di balcanizzazione in atto nel nord-est del Congo, come lo ha definito la Conferenza episcopale congolese: ossia un piano, un disegno internazionale che mira a staccare l’Est, la zona più ricca del paese, dal resto della nazione. Un progetto che si concretizza in vari modi, il primo dei quali è quello di rendere ingovernabile il territorio, farne una terra di nessuno, in modo da continuare a depredare il sottosuolo dalle infinite ricchezze naturali e proseguirne il contrabbando con gli stati limitrofi, Ruanda in primis, senza intralci.

Si presume che al momento siano in atto gravi violazioni dei diritti umani in questi luoghi, come riportano varie fonti, ufficiali e non, e vuole essere nostro scopo cercare di far emergere la realtà dei fatti, cosa difficilissima peraltro, data la difficoltà di reperimento di notizie attendibili.

Da un articolo di Davide Malacaria (30 Giorni, 12/2009): in un documento scritto da don Mugaruka, sacerdote docente all’Università di Kinshasa e destinato al Comitato di crisi dell’arcidiocesi di Bukavu, dal titolo “Le cause del terrorismo diretto contro l’arcidiocesi di Bukavu”, si legge che “i preti sono testimoni ingombranti dei furti, dei massacri e delle violazioni dei diritti umani che avvengono dal 1996. Ingombranti anche oggi, perché chi colpisce la Chiesa locale, da sempre voce degli oppressi, mira a spezzare la resistenza popolare all’egemonia ruandese. (…) Laddove le persone scomode non possono essere eliminate fisicamente, c’è sempre l’arma della disinformazione”. Sempre nel documento di padre Mugaruka si legge che è in atto una campagna di criminalizzazione sistematica di tutti i leader politici e religiosi locali, dipinti come razzisti antitutsi, al fine di colpire la resistenza popolare congolese del Kivu e piegarla definitivamente alla politica egemonica di Kigali. Altra pratica diffusa è la diffamazione. Nell’analisi di don Mugaruka si legge infine: “Questo clima che non è né di pace né di guerra, favorisce lo sfruttamento illegale delle risorse naturali e strategiche di cui trabocca questa parte del Paese ad opera di reti mafiose statali e non statali, nazionali e internazionali, che si adoperano per favorire la guerra e che hanno le loro basi di transito nei Paesi limitrofi, in particolare il Ruanda, l’Uganda e lo stesso Burundi. I diversi rapporti ONU hanno ben identificato queste reti mafiose attive ancora adesso grazie alla complicità degli Stati vicini e di altri, occidentali ed asiatici, esplicitamente identificati e conosciuti”. Uno dei personaggi più influenti in queste zone risulta essere tutt’ora l’ex generale Laurent Nkunda, forse l’ultimo grande signore della guerra che, nonostante sia stato arrestato dalle truppe ruandesi e congolesi nel gennaio scorso, continua a tenere i contatti con i suoi camerati del Cndp (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo, di recente accorpato al fatiscente esercito congolese) e presiede riunioni militari dal suo carcere ruandese, mandando avanti anche le sue strategie politiche che mirano ad infiltrare i suoi seguaci nell’apparato amministrativo congolese e nel sistema politico, al fine di spingere con la propaganda i governanti di Kinshasa a sposare le tesi secessioniste. Significativo al riguardo è il caso dell’ex capo di Stato maggiore di Nkunda al quale, accusato di crimini inenarrabili, continuano ad essere affidati compiti di tutela della popolazione congolese.

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