Sintesi della testimonianza di don F., parroco di origine ruandese ospite in Italia.

Il popolo rwandese è fatto di tre etnie : i Bahutu (85%), i Batutsi (14 %) e i Batwa (1%). La forma di governo in vigore dal 1994 è una dittatura militare totalitarista. A capo dello Stato si trova il generale Paul Kagame, affiancato da 46 ufficiali (41 Batutsi, 5 Bahutu) e da alcuni civili, gerarchi del partito praticamente unico: il Fronte Patriottico Rwandese. Il numero di questi civili non supera il 10%. Contro molti di loro sono stati lanciati mandati di arresto internazionali dalla giustizia francese e da quella spagnola. I mandati non raggiungono Kagame perché gode dell’immunità presidenziale, ma chiedono alla CPI della Haye di occuparsi del suo caso. Indizi seri li indicano come mandanti ed esecutori dell’attentato terroristico del 6 aprile 1994 all’aeroporto di Kigali contro l’aereo sul quale viaggiavano i presidenti di Rwanda e Burundi. Subito dopo l’attentato e a causa di esso, sono iniziati massacri che poi degenerarono in genocidio. Il regime zittisce la stampa indipendente con ogni mezzo e sottomette l’intera popolazione ad un bombardamento ideologico attraverso i media governativi e filo-governativi. Lo scopo di questo bombardamento è doppio: fare “tabula rasa” di tutto il passato per riscrivere la storia del Rwanda da zero da un lato e far portare la responsabilità del genocidio a tutti i Bahutu dall’altro (o Hutu, come diciamo noi occidentali, n.d.r.). Il genocidio del 1994 è stato perpetrato da una minoranza di Bahutu, soprattutto miliziani “Interahamwe”, che hanno dato la caccia a chiunque fosse Mututsi senza risparmiare qualsiasi Muhutu sospettato di essere complice dei Batutsi. Dunque non sono stati tutti i Bahutu a rendersi colpevoli del crimine di genocidio come sostengono la propaganda, l’ideologia e il sistema giudiziario attualmente in vigore. Oggi le prigioni ufficiali rinchiudono 120.000 Bahutu accusati di genocidio. Quando sono entrati in funzione, i famigerati tribunali popolari “Gacaca” si sono proposti di processare 800.000 persone per lo stesso crimine. Il totale di questi colpevoli sarebbe allora di 920.000 persone, ai quali vanno aggiunti quelli detenuti nei carceri e nei “cachots” segreti. Poi ci sono altri 44.000 criminali che, secondo il governo di Kigali, sono dispersi nel mondo e ai quali una commissione ad hoc creata nel 2007 deve dare la caccia per riportarli in Rwanda vivi o morti. È facile intuire che se un contingente così nutrito si fosse dato da fare, nessun Mututsi sarebbe rimasto in vita. Allora perché questa demonizzazione di un intero popolo, quello dei Bahutu? Il FPR lo fa essenzialmente per nascondere i propri crimini e per giustificare l’esclusione, la discriminazione, l’apartheid coi quali colpisce i Bahutu in ogni campo della vita pubblica e privata. A nessun livello nessuna autorità civile può prendere una decisione libera e autonoma ma deve sempre adeguarsi al volere del responsabile militare di zona. I militari terrorizzano la popolazione con il presidio armato del territorio: pochi militari vivono nelle caserme, buona parte di loro, armata, passa la giornata girando sulle colline in piccoli distaccamenti di circa 15 soldati. Poi c’è la famigerata DMI (Direzione dell’Intelligenza Militare). La DMI è peggio della GESTAPO di Hitler. Non c’è un solo rwandese che non tremi al solo sentir pronunciare questo nome. Se una persona viene arrestata dalla DMI, i suoi familiari iniziano subito il lutto, sapendo che non vedranno mai il suo cadavere. Infine esiste la “Local Defence” (Difesa locale), fatta di giovani armati di fucili, pugnali e manganelli. Ad ognuno viene affidato un territorio da tenere sotto controllo. A differenza degli altri non sono retribuiti, quindi per vivere devono arrangiarsi. Ecco che si arrangiano spogliando e derubando la popolazione terrorizzata. Lo Stato in Rwanda si comporta come un’organizzazione mafiosa: imprenditori, industriali e commercianti pagano ogni mese una certa somma al partito, un vero e proprio “pizzo”. Giuristi Bahutu sono stati gradualmente eliminati dall’apparecchio giudiziario. La giustizia è politicizzata ed è al servizio dell’esecutivo, cioè dell’esercito e del partito. Istaurate per risolvere i problemi giuridici legati al genocidio del 1994, le giurisdizioni popolari “Gacaca” sono state trasformate dal regime in una arma micidiale per liberarsi di ogni hutu che sa leggere e scrivere. Ecco come funzionano: La DMI stila un elenco delle persone da processare, lo trasmette ai giudici dei “Gacaca”, precisando chiaramente la pena alla quale ognuno sarà condannato. Falsi testimoni sono scelti tra i sopravvissuti al genocidio. Questi imparano a memoria false testimonianze che devono poi recitare durante i processi. Chi di loro non lo volesse fare rischia la sua vita o almeno la perdita dei privilegi legati allo stato di “sopravissuto”. Altri falsi testimoni sono reclutati tra i falsi pentiti, criminali già in prigione, o anche tra amici e familiari della persona processata. Tutti vengono sistematicamente corrotti, ricevendo soldi (e minacce) dalla DMI. Esiste un Parlamento, bicamerale, fatto da Assemblea legislativa e Senato. Il FPR è maggioritario all’Assemblea, ma i suoi deputati si sono imposti con risultati truccati, esattamente come il generale Kagame. Al Senato il FPR dispone di una confortevole “minorité de blocage” (minoranza di bloccaggio) fatta da senatori nominati dal presidente. La cosa più strana è che ogni deputato o senatore è obbligato a versare una percentuale del proprio stipendio mensile sul conto del FPR. La Chiesa Cattolica è l’unica istituzione non ancora caduta sotto il totale controllo del Governo. Il clero risulta quindi un gruppo di scomodi testimoni. Nel clero entra chiunque lo voglia, senza distinzione di etnia. Questo dispiace al regime che vorrebbe un clero completamente formato da Batutsi. È perciò che si adopera in ogni modo per decimare il clero Bahutu: assassini, rapimenti, processi, carcere, propaganda, persecuzioni in ogni angolo del mondo per mettere in cattiva luce la Chiesa anche all’estero. La menzogna più diffusa consiste nel dire che preti e suore hanno partecipato attivamente ai massacri nel 1994. La verità è che le persone minacciate andavano a nascondersi nelle chiese, nei conventi, nelle comunità cattoliche, sperando che i miliziani non avrebbero osato ammazzarli in quei luoghi sacri. Niente di più tristemente falso. Il regime di Kigali dispone infine di protettori potentissimi in seno alla Comunità Internazionale: Stati Uniti d’America, Inghilterra, Israele e altri paesi che, per motivi e interessi diversi, allineano la propria politica estera su quella degli USA. Kagame investe molto nelle lobbies e nella stampa estera per supportarsi. Ricatta pure la Comunità Internazionale sostenendo che criticarlo significa negare, banalizzare il genocidio e aiutare i criminali. Ecco perché si è fatto del genocidio un strumento di ricatto. Dissidenti politici, missionari e intellettuali non allineati vengono sistematicamente accusati di negazionismo, dando modo alla DMI di incarcerare chiunque voglia e di gettare la chiave (in Rwanda la detenzione preventiva può durare anche 20 anni).

Il documento in originale è firmato per esteso dal parroco e termina con una dichiarazione di veridicità di ciò che ha scritto e di disponibilità alla verifica delle sue fonti informative. Abbiamo deciso di omettere il nome del parroco per ragioni di tutela della sicurezza e dell’incolumità della sua persona, dietro sua esplicita richiesta.

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