Note sul Diritto Internazionale

di Guido Aldinucci.


1. Breve introduzione al diritto internazionale.

Per comprendere la funzione del diritto internazionale e darne una definizione occorre tenere presente che nel mondo “vige” un diritto comune, superiore ai diritti statali. Tuttavia non può dirsi che vi sia un’autorità comune, che al pari del diritto comune, sia superiore alle autorità statali.

Secondo l’impostazione di Carlo Focaretti(1): “il diritto internazionale è il diritto comune all’umanità, nonostante la divisione politica dell’umanità in più Stati”. Esso come ogni altro diritto necessita di un’autorità che provveda alla sua concreta amministrazione e data l’inesistenza di un Governo mondiale, detta autorità non può che essere quella degli Stati . Procedendo in questo senso dunque il diritto internazionale può essere definito come il “complesso di norme giuridiche che regolano la convivenza dell’umanità attraverso l’autorità di governo degli Stati.

Nel considerare il diritto internazionale occorre far riferimento a due concetti fondamentali e complementari tra loro: l’autorità e le norme.

 

1. 1. Autorità.

In una data accezione dottrinale (Focaretti): Per autorità si intende la capacità di esercitare un potere percepito dalla generalità dei consociati come legittimo e meritevole di obbedienza politica nella vita di ogni giorno e negli eventi irriducibili che la costellano.

Nel modello di Stato europeo essa di estrinseca essenzialmente in tre funzioni: a) creazione delle norme giuridiche, b) accertamento autoritativo, e c) attuazione coattiva delle stesse. In questo senso, dunque, l’autorità statale può emanare le leggi, emettere sentenze, esercitare l’imposizione fiscale e in generale un’azione coercitiva sugli individui.

Quando si parla di autorità in senso giuridico occorre che siano riscontrabili due caratteri: l’effettività e la percezione da parte dei consociati della sua legittimità politica.

E’ attraverso l’autorità che viene infatti garantita l’obbedienza alle norme comuni (l’effettività delle norme) o in altri termini la convivenza orientata ai valori del rispetto reciproco e della pari dignità. L’effettività dell’autorità è inoltre maggiormente assicurata dalla legittimità politica, tipicamente democratica, dell’autorità. Affinché infatti possa dirsi sussistere l’effettività dell’autorità non è sufficiente la forza ma occorre che la forza stessa sia riconosciuta dalla generalità dei consociati e sia, dunque, distinta dalla violenza privata.

Alla luce di questa definizione di autorità è più agevole comprendere quanto appena detto e cioè che nell’ambito mondiale non esiste un’autorità universale comune all’umanità e superiore agli Stati. Infatti, non esiste un’autorità universale capace di farsi obbedire da tutti gli esseri umani e dotata della legittimità politica che la abiliti a compiere atti coercitivi su qualsiasi persona, ovunque essa si trovi. Pur riscontrando che non esiste un’autorità unica superiore agli Stati, può affermarsi che gli eventi nel mondo seguano un certo ordine che li rende prevedibili. In questo senso, la dottrina (Focaretti) ha affermato che “il mondo attuale è sì anarchico, ma non caotico”. L’ordine che assicura la prevedibilità degli eventi è infatti assicurato da un sistema di Stati che ha origini molto antiche e al tempo stesso moderne.

L’idea che un sistema di Stati esista sin dall’antichità è sempre più diffusa ed accettata nella storiografia del diritto internazionale (si rintraccia l’esistenza di unità territoriali esclusive già nel III secolo a. C., nel Vicino Oriente Antico). Con il disfacimento dell’Impero Romano, il venir meno del potere universale del Papato e, più tardi, con la formazioni dei primi Moderni Stati nazionali europei, l’Europa registra una graduale evoluzione verso la coesistenza di Stati in equilibrio tra loro (sistema di Westfalia scaturito dai trattati della Pace omonima nel 1648) fondata su un principio “anti-egemonico” che imponeva agli Stati un mutuo riconoscimento “alla pari”. Questo sistema di divisione politica europea escludeva l’esistenza di un’autorità politica superiore dotata di poteri coercitivi, basandosi piuttosto sulla reciproca fiducia e responsabilità dei singoli Stati. Perciò l’equilibrio non era stabile e imposto, ma precario e libero. Il sovrano, massima autorità statale per gli individui circoscritti in un dato territorio, si coordinava con tutti gli altri sovrani su un piano di parità scambiandosi impegni giuridici che costituiscono l’embrione del diritto internazionale moderno.

In questa maniera si sono quindi formati due ordini giuridici paralleli e complementari: il diritto interno di ciascuno Stato (creato da ciascun sovrano e destinato a regolare i rapporti tra gli individui stanti all’interno del territorio statale) e il diritto internazionale, diretto a regolare i rapporti tra i sovrani. L’efficienza del sistema risiedeva nel fatto che il potere di governo era spazialmente ripartito e mai sovrapposto.

Nell’arco temporale, passando dal sistema medievale (potere del signore sulle sue persone ovunque fossero) al sistema territoriale (potere del sovrano sulle persone che si trovano nel suo territorio) si è giunti al XIX sec., periodo in cui il sistema, espanso oltre l’Europa, risulta diffuso su scala planetaria. Anche oggi dunque è possibile affermare che il sistema mondiale è tendenzialmente un sistema anti-egemonico o di auto-equilibrio. Le norme giuridiche di diritto internazionale, dunque, non vengono imposte dall’alto ma sono il frutto della volontà comune e del rispetto reciproco dei consociati tesi a garantire il mantenimento di un equilibrio sempre precario ma libero.

 

1.2. Le norme.

Innanzi tutto è bene precisare che il fatto che non vi sia un’autorità superiore non esclude che vi possa essere un diritto universale.

In ambito internazionale non vi è un legislatore supremo che faccia le leggi, un giudice supremo che provveda all’accertamento ovvero un organo esecutivo supremo che governi il mondo. Ciò non toglie che vi siano leggi, pronunce, attuazioni coattive delle norme che esplicano i loro effetti in ambito internazionale.

 

1.2.1. Creazione di norme internazionali.

Brevemente occorre ricordare che a livello mondiale non esiste un legislatore paragonabile al nostro Parlamento. Le norme di diritto internazionale vengono tendenzialmente create dagli Stati che scelgono di conformarvisi. Le fonti internazionali si classificano in tre gradi: Consuetudini (di primo grado), Trattati (di secondo grado) e Atti vincolanti delle organizzazioni internazionali (di terzo grado) come ad es. quelli dell’ONU. In ambito internazionale vi è quindi un rovesciamento nella scala delle fonti rispetto all’impostazione delle fonti statali. Come ricorda Focaretti infatti “la consuetudine è infatti la quintessenza del diritto internazionale, anche se consta di poche (ma fondamentali) norme, mentre negli ordinamenti statali essa è l’eccezione ed è relegata in fondo alla gerarchia delle norme giuridiche”.

Va ricordato che le norme consuetudinarie non sono scritte e si formano sulla base del comportamento pressoché uniforme tenuto dalla generalità degli Stati, basato sull’aspettativa che ciascuno si comporterà come si è sempre comportato e come generalmente si comporta la generalità dei consociati. La norma consuetudinaria non richiede che il comportamento sia tenuto dalla totalità degli Stati ed anzi quando è adottata dalla generalità degli stessi vincola anche gli Stati dissenzienti. Le norme contenute nei trattati, invece, sono vincolanti solamente per gli Stati che li hanno stipulati, solitamente in forma scritta. Tuttavia, anche l’obbligatorietà dei trattati tra gli stipulanti è il frutto di una norma consuetudinaria (pacta sunt servanda-trad.: I patti devono essere rispettati-). Ciò spiega perché i trattati sono considerati una fonte di secondo grado. Analogamente, l’obbligatorietà degli atti vincolanti di organizzazioni internazionali risente del fatto che detti atti sono previsti dai trattati istitutivi delle organizzazioni predette.

 

1.2.2. Accertamento delle norme internazionali.

Non esiste un giudice supremo che monopolizzi l’accertamento del diritto internazionale, cioè stabilisca con un provvedimento autoritativo quali sono le norme vigenti e quale sia il significato da attribuire alle stesse nel singolo caso concreto. Esistono tuttavia una pluralità di giudici internazionali (v. ad es. Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU; Corte Penale internazionale e Tribunali Penali, Corte Europea dei diritti dell’Uomo, Corte di Giustizia dell’UE, organo decisionali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio).

Il ricorso a questi giudici comunque prevede sempre che le parti abbiano precedentemente espresso il consenso (solitamente attraverso un trattato) a che ciò avvenga. In altri termini, un giudice internazionale non è competente a decidere se uno degli Stati coinvolti nella controversia non ha previamente accettato la sua giurisdizione. Da questo punto di vista il giudice internazionale è assimilabile ad un arbitro di diritto interno. Sul punto vale la pena di sottolineare che mentre nel diritto interno l’arbitrato è un eccezione, nel diritto internazionale esso costituisce la regola.

Pure da rimarcare è che nel sistema giurisdizionale internazionale non esiste un giudice supremo preposto a garantire l’uniformità della giurisprudenza di tutti gli altri giudici internazionali. Ciascuno di questi, infatti, risponde esclusivamente alle regole previste nel trattato che lo ha istituito.

 

1.2.3. Attuazione coattiva delle norme internazionali .

Analogamente manca un organo supremo mondiale, paragonabile alle forze statali di polizia, capace di gestire il monopolio dell’attuazione coattiva del diritto internazionale e di costringere gli Stati a conformarsi alle norme internazionali nel caso in cui questi non intendano rispettarle.

La regola vigente in caso di violazione di una norma di diritto internazionale prevede la possibilità che il singolo Stato offeso dalla violazione reagisca facendo venire meno l’obbligo di reciprocità verso lo Stato trasgressore.

Anche in questo ambito si riscontra quindi una evidente disparità rispetto ai principi vigenti nel sistema di diritto statale: infatti, l’autotutela ammessa in via del tutto eccezionale (ad es. in caso di legittima difesa) in ambito nazionale, costituisce la regola generale nell’ambito dell’ordinamento internazionale.

Lo Stato che ritiene di aver subito un illecito è legittimato a reagire (nei confronti dello Stato che lo ha commesso) con un atto che di per sé è illecito ma che si giustifica a titolo di autotutela. In questo sistema manca in effetti un’autorità legittimata a comminare una sanzione allo Stato trasgressore.

Va tuttavia precisato che, nella prassi, il ricorso all’autotutela è poco praticato. Oggi infatti gli Stati tendono piuttosto a sottoporre le loro controversie ad istanze giudiziali o arbitrali internazionali rimettendosi al rispetto delle decisioni da questi assunte. Sovente l’autorità prescelta è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La via unilaterale risulta infatti inefficace e spesso controproducente.

 

1.3. La ratio del diritto internazionale.

Va precisato che la dottrina (Focaretti) ha ricordato che il termine “internazionale” può assumere una valenza diversa a seconda se si faccia riferimento al “diritto internazionale pubblico” al “diritto internazionale privato” o al “diritto interno in materia internazionale”. Secondo questa dottrina il diritto internazionale pubblico è il vero e proprio diritto internazionale dal momento in cui è costituito da norme giuridiche create da due o più Stati per disciplinare perlopiù rapporti inter-statali. Mentre il “diritto internazionale privato” riguarda norme “giuridiche statali disciplinanti rapporti inter-individuali di carattere essenzialmente privatistico, che si applicano a fattispecie connesse a più Stati”.

Nell’intento di meglio chiarire quale sia la ratio del diritto internazionale va aggiunto che in un mondo globalizzato l’interesse nazionale di uno Stato tende sempre più a coincidere con l’interesse della sopravvivenza dell’intera umanità. Le norme internazionali da questo punto di vista perseguono valori comuni nonostante manchi, come abbiamo visto, un’autorità comune superiore agli Stati. I valori comuni perseguiti oggi dalle norme internazionali sono valori riscontrabili universalmente ed attengono all’umanità intera. Tuttavia, non è detto che ogni valore sia perseguito da norme internazionali. I valori sono infatti perseguiti anche attraverso strumenti e tecniche non giuridiche.

L’identificazione dei valori sottostanti alle norme è essenziale per la comprensione d’insieme del diritto internazionale. La semplice analisi esegetica delle singole norme invece non è sufficiente a spiegare cosa sia il diritto internazionale, a cosa serva e perché funzioni.

 

  1. C. Focaretti, Lezioni di Diritto Internazionale, Cedam 2008.

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